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La deontologia professionale dei giornalisti, i cambiamenti dalla carta stampata all'epoca di internet

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Le fonti della deontologia professionale, nel giornalismo italiano, sono varie e complesse: si va  dalle norme sull’etica professionale, pubblicate per la prima volta nel bollettino dell’Albo dei Giornalisti nel 1957, e che sono affini alle regole etiche delle altre professioni liberali, alle norme deontologiche sancite dall’ordine dei giornalisti del Piemonte e della Val d’Aosta, nel 1984, anch’esse legate alla logica etica degli altri ordini e albi delle professioni, vi è poi la “Carta di Treviso” del 1990, che regola i rapporti tra giornalismo e infanzia, poi abbiamo le normative contenute nella “Carta dei Doveri del Giornalista”, stipulata nel 1993 tra il Consiglio Nazionale dei Giornalisti e la Federazione nazionale della Stampa, al “Protocollo d’Intesa sul rapporto informazione-pubblicità”, siglato da FNSI, CNG e dalle associazioni dei pubblicitari e degli esperti di pubbliche relazioni, nel 1988, salvo poi le norme di autoregolamentazione dei giornalisti del “IlSole24Ore” lo Statuto de “Il Manifesto”, il “Patto dei diritti” in vigore  presso “La Repubblica”, la Carta dell’Informazione e della Programmazione presso i giornalisti RAI.

Verrebbe da dire: molte norme, nessuna norma. E si deve notare, in primis, come la sequenza di normazioni  che abbiamo citato, tutte molto analitiche e spesso giuridicamente ben fatte,  nasce in una  fase storica ben precisa, quella che abbiamo ormai la cattiva abitudine di chiamare “tangentopoli”, una fase in cui, alla crisi verticale del sistema politico italiano, non ancora conclusasi, si affianca un nuovo potere e un robusto protagonismo di tutti i mass-media. Ma, oltre le norme, occorre vedere come è cambiata la stessa professione giornalistica in questi anni, proprio in rapporto alla progressiva formazione tra FNSI, Utenti Pubblicitari e giornalisti da un lato, e tra gli operatori de3ll’informazione e gli utenti dall’altro. Intanto, se prima, nella fase tradizionale dei media nazionali, la notizia, l’asse del “pezzo” e il fatto intorno al quale occorre definire le risposte alle famose “cinque domande” del Manuale dell’Associated Press, chi, come, dove, quando, perché, diviene da “naturale” ad “artificiale”. Ovvero, mentre prima era la realtà a parlare, la complessità della nuova realtà postindustriale, la forte concorrenza tra giornalismo della carta stampata e quello dei nuovi “media”  visuali, la inevitabile restrizione della quantità di pubblicità disponibile, la nuova configurazione, non più subalterna, dei rapporti tra giornalisti e classe politica, l’entrata nel sistema politico di nuovi attori che non si comportano secondo i rituali della cosiddetta “Prima Repubblica”, sono tutti elementi che trasformano la notizia da naturale, appunto, in artificiale. Che non vuol dire, badate bene, che si tratta di una notizia falsa: tutt’altro, ma abbiamo spesso a che fare, in questo nuovo contesto, di fatti e fattoidi che, da contorno che erano della notizia vera e propria, divengono l’asse della comunicazione tra giornalisti e lettori-utenti televisivi.

Se prima il giornale era un medium “caldo”, per usare la tipologia di Marshall McLuhan, ora la carta stampata si adatta a divenire un medium “freddo”, sempre per dirla con McLuhan, proprio come la televisione. Se prima il fatto era “separato dalle opinioni”, come recitava lo slogan del primo newsmagazine italiano, ora le opinioni divengono fatti e i fatti divengono idee, “linee”, opinioni, appunto. Irrompono nella comunicazione di massa nuove aree informative: l’economia, prima relegata ai quotidiani professionali,  diviene una sorta di classifica di aziende quotate in Borsa, e qui, certamente, il pericolo di una manipolazione, anche involontaria, delle informazioni è più evidente che mai. Vi è una nuova frontiera dell’etica professionale: l’aggiornamento culturale e scientifico dei giornalisti che si trovano a dover trattare l’incrocio di situazioni che nel vecchio mondo della “guerra fredda”, quello precedente alla globalizzazione, rimanevano ambiti separati: si pensi al nesso, sempre più evidente, tra politica monetaria e strategia globale degli Stati, al legame tra politica estera e politiche dell’export industriale, alla trasformazione della cultura, anche di quella letteraria e di evasione, in un potentissimo strumento di propaganda di massa. Tutte sfide nuove che la deontologia professionale del giornalista può contemplare ma non risolvere. Tanto più il mondo diviene complesso, tanto meno la pluralità delle norme risulta efficace. Si pensi poi al fatto che, come si diceva nelle vecchie facoltà di Giurisprudenza, “il diritto nasce vecchio” mentre, nel caso di danno informativo all’immagine o agli interessi di un terzo, il reato è già nel fatto, e nessuna sanzione successiva può far ritornare le cose nel loro status quo ante. C’è l’obbligo di pubblicare la rettifica con lo stesso rilievo del “pezzo” di accusa, ma questo certamente non permette il pieno reintegro dei diritti del danneggiato. Molti, se non tutti, continueranno a credere che la prima notizia sia quella vera, e a poco varrà la correttezza deontologica della testata o del singolo giornalista. E qui tocchiamo un altro punto rilevante della  questione: oggi molte notizie sono usate per costruire credenze, e poco spazio ha la notizia controfattuale, il dato in controtendenza, il fatto spiazzante per le tradizioni interpretative di massa. Come diceva Alberto Savinio, gli italiani sono il popolo che ha inventato il teatro delle maschere che, se pure recitano a soggetto, sono fortemente tipizzate per carattere e tics. Talvolta, i media modellano caratteri e comportamenti, secondo quello che sanno essere il gusto dei lettori, e si abbandonano di rado al “pensiero laterale”, o se vogliamo al gioco della contraddizione di hegeliana e marxistica memoria. A questo corrisponde uno spostamento di tutto il piano massmediologico su quello che oggi si suole chiamare l’infotainment, information+entertainment, che ricorda anche qui una vecchia formula di Marshall McLuhan: il medium è il massaggio. Qui, certamente, il ruolo della deontologia professionale è più evidente ma ancora più complesso: la parte “entertainment” dell’informazione consente la deformazione della notizia, anzi la richiede, e spesso la quota information di questa formula è, per così dire, determinata dagli interessi, dalla volontà, dalla necessità di “immagine” del personaggio di cui si tratta nel medium giornalistico. Una sottospecie di questa nuova configurazione della notizia, e quindi dell’etica professionale dei giornalisti, risiede poi nella sempre più diffusa tendenza a costruire “teoremi”, “congiure”, cospirazioni, ad accusare  “centrali occulte” o “grandi vecchi”. Qui non c’entra il fatto, ma subentra una logica secondo la quale la verità del fatto implica, e in questo caso Aristotele inorridirebbe, la verità della deduzione. Ex falso sequitur quodlibet, dal falso si deduce il vero e il falso, insegnavano i logici della scolastica medievale, mentre dal vero si deduce logicamente solo il vero. Anche in questo caso, la deduzione poco scolastica non è necessariamente contraria alle regole della deontologia professionale, ma implica un nuovo ruolo del  giornalista: una fusione di analista, opinionista e giornalista vecchio stampo, il che permette una identificazione del professionista con un’area più o meno vasta di utenti e lettori, con una sorta di fidelizzazione della firma che pone il giornalista nuovo sul piano della star. La star, insegnava il pubblicitario Séguèla, non è affatto un’icona perfetta, ma consente, proprio grazie alla sua “parzialità”, il massimo di identificazione e quindi di soddisfazione del suo pubblico.

“Occorre che i politici siano abbastanza cretini in modo che il popolo possa identificarsi con loro”, per usare un crudissimo aforisma di Karl Kraus. In questo panorama nuovo per l’informazione  ci sono gli spazi per una nuova deontologia che, come spesso accade per le sapienze antiche, può essere solo detta e intuita, e solo nelle sue parti meno rilevanti può essere scritta. Una deontologia del giornalismo che può essere definita così: a) una attenzione alla sequenza storica dei fatti, che spesso spiega da sola l’avvenimento e permette una corretta e libera interpretazione da parte del giornalista, b) una cultura della contraddizione, che consente al professionista dell’informazione, riportando anche i fatti e le interpretazioni contrastanti per una determinata notizia, di far intuire la necessaria costellazione e rilevanza del fatto. Non è vero quello che dicevano i filosofi del “pensiero debole” o  i “critici della ragione”, cioè che, sulla base di una errata interpretazione di Wittgenstein, i fatti sono già costruzioni concettuali. Tutt’altro. Ciò che accade è, per usare la formula iniziale dell’autore del Tractatus, “il mondo”, e i fatti, per dirla con una battuta di Voltaire, “hanno la testa dura”. Recuperare la centralità del fenomeno oggettivo, anche questo è un comandamento della nuova deontologia professionale dei giornalisti. Vi è poi una nuova necessità, che nasce dalla continua sovrapposizione tra notizia-immagine e notizia-testo nella comunicazione di  massa contemporanea. Quella di evitare lo shock sia visivo che concettuale. Anche qui viene in mente Marshall McLuhan, quando teorizzava, nel “villaggio globale” futuro, il ritorno di una comunicazione immediata, quasi fisica, fatta di turbamenti e rotture profonde del contesto comunicativo normale.

Se si pensa, oggi, alla forte attenzione che tutti i media pongono nei fatti di cronaca nera, spesso amplificati per settimane, narrati in tutti i loro aspetti come in una relazione da medico legale, si ha un quadro chiaro di quello che intendo dire. Beninteso, i colleghi che svolgono questo lavoro sono dei perfetti professionisti, corretti e precisi nel loro approccio, ma non è in questione qui l’etica professionale dentro il proprio ruolo, ma del  nesso inevitabile tra il proprio lavoro e gli effetti sociali, politici, culturali e psicologici di questa attività, che si colloca ben oltre quello che tutti noi abbiamo fatto all’inizio della carriera di giornalista, ovvero il visitatore delle questure al mattino presto, alla ricerca dei mattinali più curiosi. Se il crimine diviene una narrazione, allora si induce quello che già alcuni psicologi sociali hanno notato: l’effetto dell’imitazione criminale, poiché la comunicazione di  massa non si diffonde per linee di valore o disvalore etico, ma presenta necessariamente i fatti, per così dire, “in valore assoluto”. Il fatto, correttamente riportato, di un pilota criminale che uccide, ubriaco e/o drogato, una bambina sulle strisce, indica che altri, potenzialmente capaci di commettere quel crimine, “andranno in televisione”  e avranno anche loro quello che Andy Warhol pensava possibile per tutti, ovvero “il quarto d’ora di celebrità”. Ecco, oggi l’informazione, proprio perché è sempre più infotainment, è creazione di miti, e con il mito non si scherza. E’ geloso come un dio greco, e non tollera contraddizioni di sorta. Narrazione, Mito, costruzione del personaggio, integrazione del fatto e della sua interpretazione sono tutti paradigmi nuovi della comunicazione giornalistica, e non possono essere integrati nella deontologia professionale tradizionale. Lo spazio lasciato aperto è enorme, e in esso sono penetrati giornalisti di straordinaria cultura e professionalità, ed altri che invece hanno un rapporto meno vincolante con i Dieci Comandamenti. Sarà necessario che gli Ordini e la FNSI meditino su questi aspetti, che riguardano non tanto il diritto di cronaca, ma la funzione, in gran parte nuova, di mâitre à penser, di tanti giornalisti più o meno bravi. E c’è poi da studiare una questione squisitamente economica, che si inserisce a buon diritto nelle considerazioni che prima facevamo sull’etica del giornalista. Le copie vendute calano, il nesso tra pubblicità e tiratura dei giornali è strettissimo, gli utenti dei giornali sono sempre più legati alla comunicazione via internet, molto spesso gratuita, vi è una concorrenza, spesso sregolata, tra TV, pubbliche e private, giornali e altri media per accaparrarsi una quota del mercato pubblicitario che è sempre più ristretta, dato che il sistema economico italiano è ormai comporto da tante Piccole e Medie Imprese che non entrano, se non di rado, nella “grande pubblicità”. C’è il pericolo che il “redazionale” divenga sostanzialmente pubblicitario, e addirittura viceversa.

La comunicazione pubblicitaria e quella giornalistica, indipendentemente dalla professionalità e dall’eticità dei professionisti dell’informazione, tendono a sovrapporsi, imitarsi, usare gli stessi criteri logici e estetici. E’ un pericolo reale: si tenderà, in futuro, a “vendere” il fatto o la notizia, spesso “lavorata” del tutto correttamente, come si vende il bene o il servizio di una inserzione pubblicitaria. Anche qui si apre una vasta prateria per la normazione etica, scritta e non scritta, del lavoro giornalistico. Vi è poi la questione, non di poco conto, del nesso tra informazione e politica, o meglio, tra giornalisti e classe politica. Se prima, nelle grandi narrazioni ideologiche della Prima Repubblica, valevano i programmi, le identificazioni di massa, e i leaders, spesso ben più carismatici di quelli attuali, facevano coincidere il loro prestigio con quello del loro partito, basti pensare al PCI di Berlinguer, o al PSI di Pietro Nenni, o al Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, oggi il partito non conta più, i militanti non esistono e la comunicazione politica avviene  direttamente tra i leaders e la massa indistinta degli elettori, che vengono sensibilizzati tramite i mass-media. Il ruolo dei giornalisti, qui, diviene assolutamente cruciale: sono loro il veicolo non solo dell’informazione politica, come accadeva nel vecchio mondo della Prima Repubblica, ma sono spesso, e lo sono talvolta indipendentemente dalle opinioni che esprimono, gli organizzatori del consenso alla classe politica. Ruolo estremamente delicato, per il quale ogni deontologia è limitata e insufficiente. Si ricordi inoltre che, come affermava Talleyrand, “parlatene male ma parlatene”, la polemica anche astiosa nei confronti di un leader spesso ne rafforza il prestigio, il che genera il passaggio dai fatti ai “fattodi”, alle prese di posizione che divengono fatti, o alla costruzione di un mito, anche negativo, che diventa l’obiettivo della narrazione di fatti in sé veri.

La verità non è il frutto di un accordo, o di un “gioco linguistico” che si può liberamente cambiare, ma può essere parte di una narrazione del tutto avulsa dai fatti, e questo tramite un fenomeno molto diffuso: il passaggio dal centro alla sfondo, in altri termini la rilevanza della notizia trasferita su un fatto marginale, mentre quello essenziale rimane, appunto, sullo sfondo. Sul piano deontologico, niente di scorretto, spesso, i fatti e le notizie vengono date tutte, ma è l’ordine logico e storico che, costruendo un nuovo “sfondo” al fatto primario, trasforma il significato della notizia. Perché, appunto, ogni notizia ha un significato, ed un significato spesso oggettivo, che fa parte a pieno titolo della notizia e rientra, nella sezione “perché”, nella tradizionale regola del Manuale dell’Associated Press. Inoltre, data la caduta dell’istruzione pubblica, e dalla sua prossima sostituzione con mitologie localistiche e dialettali da un lato e con la preminenza della famiglia sul processo formativo, i mass-media assumeranno sempre più, in futuro, un ruolo educativo in default rispetto alla scuola e, magari, all’Università. Non basterà quindi la normativa succitata sulla protezione dell’infanzia nel lavoro giornalistico, ma occorrerà una nuova normazione che regoli l’attività degli operatori dell’informazione sul piano dei risultati culturali e psicopolitici nei confronti degli utenti dei media. Vasto Programma! per  usare la battuta di De Gaulle quando gli chiesero di “abolire i cretini”.

Si amplierà l’area di mercato delle riviste  e dei quotidiani di “formazione” e non di informazione, con il pericolo di trasformare una professione dedita al culto della verità oggettiva in un ruolo di manipolazione-gestione di quello che i teorici dello Stato nel Settecento chiamavano “lo spirito pubblico”. Anche in questo caso, il mercato va in controtendenza alle spinte positive che pure esistono nel mondo giornalistico: poca pubblicità con lettori in diminuzione, e quindi necessità, da parte di chi spende in pubblicità, e crea concorrenza per i propri fondi tra le testate, una concorrenza spesso sleale, di una informazione “urlata”, seducente, de-razionalizzata, affine, come sopra dicevamo, al messaggio pubblicitario, pur senza vendere niente o, meglio, per vendere la propria testata giornalistica in toto, e veicolare il messaggio pubblicitario che il medium contiene al più vasto pubblico possibile. Anche in questo caso, non vi è niente, spesso di deontologicamente scorretto, ma certamente si tratta di un fenomeno pericoloso per la democrazia, per l’etica pubblica, per la stessa attività politica. Come risolvere, quindi, queste asimmetrie informative che non possono, oltre un certo limite, essere risolte in un regolamento per l’attività giornalistica? Intanto, sulla linea della meritoria iniziativa del “quotidiano nelle scuole”, si tratta di insegnare a leggere il giornale e a decodificare i media, attraverso le scuole oppure per mezzo degli stessi mass-media. Sarebbe piaciuto a McLuhan, un medium che spiega come funziona al proprio interno. Poi, oltre alla normativa etica per i giornalisti, occorre una deontologia per i concessionari di pubblicità e per le aziende che valutano l’impatto dell’advertising sul pubblico. Non vedrei nemmeno male la costituzione di un  particolare “fondo speciale” gestito di concerto tra la FNSI, l’Ordine Nazionale dei Giornalisti e le Concessionarie di Pubblicità, che vada a sostenere una serie di media, visuali o di carta stampata, che siano ritenuti di particolare valore o di importanza indiscussa, con relativa pubblicità semigratuita per queste testate.

Visto che, ormai, i finanziamenti alla stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono e saranno sempre meno rispetto alle richieste e, soprattutto, rispetto alle risorse a disposizione negli anni passati, una correzione legata al mercato ma con una forte connotazione sociale potrebbe innescare processi positivi. Infine, come accadde nella Camera dei Deputati del Regno, quando il socialista ex anarchico Andrea Costa propose l’indennità per tutti i parlamentari, al fine di permettere anche ai “figli del popolo” di accedere alla deputazione, sarà necessario pensare anche ad una perequazione degli stipendi dei giornalisti e a una nuova normativa per gli stages e le collaborazioni, evitando di creare rendite imperiali per alcuni, che sono certamente liberamente sostenute dagli editori  ma che sicuramente pesano fortemente sulle finanze delle testate, e invece la fame per tanti altri o la privazione di futuro professionale per tanti altri. Forse, un “tetto” alle retribuzioni più elevate e una creazione, anche qui, di un “fondo” FNSI per i giovani giornalisti e i praticanti, sarebbe un atto deontologico tutt’altro che inutile. Forse aveva ragione Brecht, che la morale viene meglio se si ha la pancia piena.

 

(*) Presidente della Centrale Finanziaria Generale




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