La Commissione Europea è determinata a modificare il modo in cui Facebook raccoglie le informazioni degli utenti – inclusi il credo religioso, le opinioni politiche, le preferenze sessuali – per poi sfruttarle a fini commerciali. Come ha riportato Viviane Reding, Vice Presidente della Commissione Europea, la volontà di veder protetti i propri dati è condivisa da tutti i consumatori europei, indipendentemente dal Paese in cui le società che processano i loro dati personali hanno sede.
Già nel novembre del 2010 la Commissione aveva illustrato gli obiettivi principali della riforma delle norme europee sulla privacy (Comunicazione IP/10/1462). Obiettivo della Commissione è ora quello di presentare, entro gennaio 2012, alcune proposte di riforma della Direttiva sul trattamento e sulla libera circolazione dei dati personali (Direttiva 95/46/CE), in modo da realizzare un quadro di protezione dei dati per il mercato europeo capace di affrontare le sfide del mondo digitale.
Come è noto, il social network Facebook è stato più volte criticato per il modo in cui raccoglie informazioni a fini di advertising, indipendentemente dalle impostazioni sulla privacy dei singoli utenti. Il problema delle informazioni su Facebook riguarda principalmente quei dati che vengono cancellati dal proprio profilo ma che rimangono nella “memoria” dei server di Facebook, stanziati soprattutto negli Stati Uniti.
In realtà, ogni utente di Facebook (attualmente più di 800 milioni), al momento dell’iscrizione, approva un contratto con cui autorizza il network ad utilizzare i dati “nel modo che ritiene più opportuno”. Tale contratto può essere letto cliccando sul link presente in fondo ad ogni pagina web di Facebook. La riforma proposta dalla Commissione Europea, quindi, avrebbe come risultato diffuso quello di comportare oneri di informazione anche per quelle società che predispongono un contratto che risulti ai consumatori troppo lungo e complesso.
La difesa dei gestori del social network si basa sulla circostanza per cui le informazioni vengono utilizzate solo in maniera generica, con riferimento a dati quali l’età o la posizione, e non ai singoli, determinati, individui. Inoltre, si sostiene la mancanza di qualsiasi tipo di connessione tra le impostazioni sulla privacy del singolo utente (che può autonomamente scegliere il grado di privacy da attribuire al proprio profilo) e le pubblicità sulla pagina web di Facebook.
Il problema, però, rimane: Facebook, infatti, nella sua attività di raccoglimento dei dati, non specifica in alcun modo quali informazioni verranno utilizzate a fini commerciali. La riforma della Direttiva 95/46/CE andrebbe a vietare tale pratica, consentendola solo previo consenso dell’utente. A livello europeo viene auspicata, in generale, una modalità di gestione più trasparente, tale da garantire agli utenti la possibilità di conoscere quali dati vengono raccolti e processati, e a quali fini. Certo è che, se la richiesta della Commissione Europea dovesse avere riscontro effettivo, Facebook soffrirebbe importanti perdite in termini di advertising e, quindi, di fatturato globale.







