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Nunzio Bevilacqua, membro dell'associazione nazionale per lo studio dei problemi del credito, indica le tre priorità per l'Italia: federalismo, nuovo welfare e fiscalità

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ORVIETO - L'Europa sta attraversando la prima grande crisi all'epoca dell'euro.  L'Italia non fa eccezione e nelle prossime settimane il governo presenterà una manovra correttiva da circa 25 miliardi di euro che, secondo le indiscrezioni, sarà durissima.  questo nonostante la promozione a pieni voti da parte del Fondo Monetario Internazionale per i conti italiani e le buone notizie provenienti dalle varie agenzie di rating e istituzioni finanziarie internazionali.  Contemporaneamente l'Italia è pronta a mettere in campo il federalismo fiscale voluto fortemente dalla Lega e dall'attuale maggioranza.  Qui sorgono i problemi maggiori, sull'interpretazione del federalismo, sulla solidarietà interregionale, sui costi e sui vantaggi.  Questa rivoluzione copernicana s'inserisce nel più complesso momento di rilancio dell'economia, taglio dei costi, riforma del welfare.  Economia&Mercato ha intervistato l'avvocato Nunzio Bevilacqua, direttore responsabile della rivista giuridica Notarilia e membro dell'Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito.  Mercoledì prossimo pubblicheremo una seconda intervista sempre con Nunzio Bevilacqua che tratterà, invece, i temi più complessi del piano di salvataggio della Grecia e del Patto di Stabilità.

Il FMI ha scritto che l'Italia sta uscendo dalla crisi in maniera piuttosto lenta. Come accelerare il trend positivo che si è innescato da inizio anno?

 

Il trend positivo della ripresa necessita di un ingrediente che va a tutti i costi reperito: la fiducia. E se la stessa sta per essere ritrovata in alcuni settori economici, ciò non accade in maniera sufficiente nei consumatori, a nostro avviso, impalcatura e volano dell’economia. Ed allora bisogna guardare alle banche come alla via della rinascita, scrollandoci di dosso le paure che hanno alloggiato, dopo il crack mondiale, nei nostri animi e nei nostri conti corrente. Dopo la tempesta viviamo uno stato di quiete che ci deve portare a pensare a come strutturare un rilancio economico senza tarli o distorsioni, che non ripeta gli errori del passato ma pur sempre, incentivante e dinamico.  Proprio la crisi che ci stiamo lasciando alle spalle con fatica ha palesato i punti critici del sistema finanziario che ha bisogno di regole.

 

Queste regole alcuni governi le hanno applicate altri le stanno studiando ma in alcuni casi rischiano di avere l'effetto contrario come nel caso di Basilea 2 nata per regolamentare e finita per essere una delle cause della crisi. C'è un punto di equilibrio che riesca a regolare senza ostacolare la ripresa?

Un atteggiamento prudenziale verso le banche è certamente guardato di buon occhio dagli operatori, ma, colpire le banche in questo momento significherebbe impedire all’economia di incominciare a planare sull’inizio dell’onda lunga della ripresa.  Ora, a prescindere dal fatto se Basilea 2 sia stata causa concorrente, o soltanto concomitante, della crisi economica mondiale, la previsione di una sua modifica nella direzione di un aumento della vigilanza e, soprattutto, di un contenimento del grado di leva finanziaria, fa comunque sperare in un sistema più strutturato e meno squilibrato.

Molti analisti ritengono che siano le banche le principali responsabili della ripresa così lenta...

Nonostante le previsioni di una moderata crescita e della stabilizzazione del ciclo economico nel nostro Paese portino certamente ottimismo, lo stesso deve essere necessariamente cauto, considerando le incerte prospettive del mercato del lavoro che portano ad una fisiologica contrazione della richiesta di beni di consumo ed la ancora pesante pressione fiscale che grava sulle imprese, alcune delle quali fortunatamente uscite vive dalla crisi internazionale. Se le banche siano fra le principali responsabili non so o meglio non lo voglio credere, è certo che la perdurante difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese, in particolare delle Pmi, rende le stesse poco competitive a livello transfrontaliero allungando i tempi della loro convalescenza. E' però, ovvio che una crisi finanziaria come quella di oggi porti come precipitato diverse conseguenze negative: la banca non concede un aumento del fido, se non a tassi maggiori, chiede tassi di interesse più alti sul debito esistente, spesso, addirittura, riduce il fido all’azienda.  L’azienda, da parte sua, dovendo anticipare il pagamento dei beni, rispetto al momento dell’incasso, non si fida più che i compratori saldino i debiti e quindi o riduce il numero di clienti o chiede garanzie di pagamento o pretende margini più elevati sulla merce venduta.  Questi fenomeni hanno tutti un impatto sulla crescita economica reale e possono comportare minori utili alle aziende. Facendo un discorso più generale le Istituzioni finanziarie hanno paura di prestare a lungo termine, e questa resistenza si deve, in gran parte, all’avversione al rischio dovuta a mancanza di fiducia, frutto maturo di quello scetticismo diffuso circa le capacità di autoregolamentazione dei mercati.  Ma una ripresa non si potrà avere se nessuno trova più appetibili i titoli di attività a più alto rischio emessi dal privato; allo stesso tempo l’investitore per rischiare non deve, prima di tutto, sentire più le bruciature della passata o secondo altri ancora in corso crisi e dall’altro lato avere la fiducia di poter battere la sorte avversa.

Per curare le bruciature vengono proposti severi criteri di rating che però molti criticano. E' questa l'ipotesi di lavoro corretta per far crescere le imprese e far ritornare le fiducia nei confronti delle istituzioni finanziarie da parte dei consumatori?

Ben vengano dei seri criteri di rating perchè consentono anche al piccolo investitore, alieno dai canali informativi di secondo livello, di cui l’economia certamente necessita come macro-categoria, di poter credere di riporre il proprio denaro in attività che possono avere un futuro ed una crescita.  Una maggiore informazione sul canale comune, una più sincera valutazione dei documenti contabili, una maggiore trasparenza credo che ben possano convivere con il bene supremo della riservatezza. E se è vero che il rischio può essere considerato l’anima del capitalismo, occorre però costruire delle dighe normative di tutela per il risparmio di chi, depositando i soldi in banca, non vuole partecipare al gioco finanziario.  La banca deve fungere da catalizzatore per tutti quei potenziali piccoli e medi investitori che necessitano di qualcuno con competenze superiori alle proprie, e fedeli al proprio mandato, che li guidino o, comunque, li ammoniscano sui rischi retrostanti.

L'altro grande attore che può determinate l'avvio definitivo della ripresa oppure appesantire in maniera pericolosa il sistema è lo Stato.

E' un ruolo fondamentale quello giocato dello Stato, soprattutto ora che le esigenze di risanamento del bilancio arrivano in un momento delicato,con una crisi non ancora superata e la grande voglia di rilancio dell'economia. La leva fiscale è determinante per capire da che parte andrà il Paese nel prossimo futuro. L'idea di tassare le banche, ad esempio, rischia di ingessare ulteriormente gli istituti di credito impegnati, ora, a rilanciare l'economia dando risorse alle imprese sane. I pilastri dove intervenire sono, invece, riforma della previdenza, cuneo fiscale e fiscalità diffusa. In particolare c'è da lavorare sulla previdenza dando maggiore impulso a quella complementare e soprattutto migliorando la gestione del patrimonio degli Enti e delle Casse, secondo criteri prudenziali e con notevole diversificazione dell’investimento. L'altro grande intervento strutturale riguarda il cuneo fiscale. Oggi assumere un lavoratore costa tanto all'azienda e non dà il giusto riconoscimento al dipendente che, spesso, non raggiunge un netto necessario per ottenere l’erogazione di un mutuo-casa. Agire sulle imposizioni tributarie e previdenziali in busta paga è dunque necessario per dare slancio all'economia. Rimangono poi tutta una serie di misure prettamente fiscali e contabili che possono alleggerire il debito pubblico già nell'immediato. Penso alla tassazione su alcolici, tabacchi, giochi e scommesse. Con aumenti molto limitati, essendo questi campi a domanda molto rigida, si può ottenere un risultato notevole sul fronte delle entrate. C'è poi da immaginare una riforma della Pubblica Amministrazione che elimini le duplicazioni delle funzioni di apparato tagliando di conseguenza i costi. Agendo in queste tre direzioni non si limita la crescita, si aumentano le entrate e si tagliano le spese.

In Italia c'è poi il capitolo aperto del federalismo fiscale che da alcuni è visto come un'occasione di sviluppo mentre da altri come un pericolo se non saranno presenti e ben determinati i principi perequativi in favore delle Regioni svantaggiate. Quale ruolo, dunque, deve svolgere la Pubblica Amministrazione in generale in Italia?

E’’necessaria una radicale svolta nelle politiche sociali che consenta di superare, con gradualità ma secondo un programma e una tempistica ben scanditi, questa attuale fase di stallo verso un assetto federale della finanza pubblica. E' chiaro che il federalismo fiscale non deve essere inteso come abbandono o noncuranza delle situazioni di disagio ben presenti e conosciute nel Paese ma, al contrario, come un'occasione di rinascita e di rafforzamento dell'unità nazionale e come chance di valorizzazione del denaro e della spesa pubblica. Il federalismo “sano”, infatti, vede le istituzioni, protagoniste assolute, più vicine ai cittadini, con una responsabilità nuova per gli Enti Locali sia per quel che riguarda le entrate sia per le decisioni di spesa e questo potrebbe, anzi dovrebbe, far scattare una maggiore efficienza del sistema e meno buchi in bilancio.

Questo è quanto dice chi vuole il federalismo. Istituzioni vicine ai cittadini significa maggiore responsabilizzazione di politici, dirigenti e funzionari?

Esattamente questo, le spese devono essere fatte con senso di responsabilità, migliorando l’utilizzo della risorsa. Il passaggio dalla spesa storica ad una spesa fondata sui costi standard può rappresentare per il sistema dei servizi nel nostro Paese una concreta sfida per una razionalizzazione della spesa sociale e per una reale occasione di sviluppo. L'idea che io ho di federalismo è quella che vede la costruzione di un sistema di finanziamento che superi i trasferimenti centralistici a pioggia e che si collochi su di un punto di equilibrio tra compartecipazioni ai tributi erariali, tributi propri e fondo perequativo.

I critici del sistema perequativo ritengono che questo possa divenire una sorta di pozzo senza fondo che non responsabilizzi le regioni meno virtuose. Come si può evitare questo rischio?

Immagino un fondo perequativo che sia di stimolo, con le regioni virtuose che guidino quelle svantaggiate a crescere avendo come obiettivo finale quello di annullare le differenze territoriali nei servizi essenziali per i cittadini, in un'ottica sempre, di unità nazionale. Non credo che una realtà sia destinata per sempre ad essere fanalino di coda: è una visione rinunciataria che non condivido. Ci deve essere una corsa verso il miglioramento graduale, con una solidarietà finalizzata a mettere in piedi determinate regioni per farle poi correre economicamente e in maniera autonoma, senza aiuti. In quest'ottica penso ad aiuti strutturali, mirati e tracciati e anche le Fondazioni bancarie in questo nuovo welfare dovranno avere un ruolo determinante per l'implementazione degli investimenti sociali.

L'altro grande punto debole del capitalismo italiano è il suo “nanismo” strutturale, con una capitalizzazione spesso troppo bassa. Come si possono favorire i processi di fusione e di apertura ai mercati o ancora di apertura all'ingresso di venture capital?

E' vero il capitalismo di casa nostra soffre di sottocapitalizzazione e quando parliamo di questo argomento mi vengono in mente le PMI. Questo fenomeno che può comportare un ostacolo alla crescita e rappresentare un punto critico per il business, dipende, alcune volte, dallo stretto legame che sussiste in questo tipo di imprese tra patrimonio aziendale e patrimonio personale che porta, in un sistema di non neutralità finanziaria, a delle scelte orientate verso l’ottimizzazione fiscale ma squilibrate finanziariamente, con il risultato di un progressivo appesantimento dell’impresa a vantaggio della famiglia.  In termini generali i processi di fusione non sempre sono convenienti nel medio-termine, dovrebbero essere incentivati nei casi in cui possano derivare sinergie e razionalizzazione dei sistemi produttivi o quando la manovra sia indispensabile per rimanere nel mercato: a volte in un mare pieno scogli è più agile una caravella che un galeone.

In un momento, in cui l’accesso al credito è più difficile, guardo con fiducia al mercato AIM Italia per le PMI. Questo mercato, caratterizzato da flottante e costi ridotti, dovrebbe condurre attraverso un iter semplificato e flessibile alla quotazione in Borsa, dando un’importante spinta propulsiva per lo sviluppo aziendale grazie al reperimento dei capitali necessari e senza traumatici sconvolgimenti di governance.

Quella del venture capital è una strada sicuramente percorribile per le aree di investimento ad alto contenuto tecnologico; ma quelle imprese, solitamente contraddistinte da elevato rischio operativo e finanziario, devono fare molta attenzione ai costi reali dell’operazione altrettanto elevati e a volte non sempre chiari.




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