Nuovi protagonisti dell'economia mondiale, parità euro-dollaro, Borsa in rialzo e Cina sempre più presente, questo è il prossimo futuro geo-economico mondiale che ha disegnato in quest'intervista esclusiva a Economia&Mercato il Cav. Lav. Prof. Giancarlo Elia Valori, attuale presidente della Centrale Finanziaria Generale che vede come suo vice il finanziere Tarak Ben Ammar. Secondo Giancarlo Elia Valori sarà proprio la Cina ad essere protagonista dell'economia in Europa con partnership con le aziende leader della Ue e, soprattutto in Africa.
La ripresa economica è avviata oppure c’è il pericolo di una nuova recessione in USA?
I dati di Agosto sulla crescita americana mostrano che il PIL reale di Washington è caduto all’1,3 %, per gli ultimi sei mesi di stime annualizzate. Ma otto degli undici indicatori sono positivi, e l’indice IHS mostra una economia in lenta crescita per i prossimi sei mesi. In altri termini, è probabile che in USA il vero nemico sia la deflazione, e che gran parte della liquidità immessa nel sistema per evitare ulteriori crolli finanziari sarà destinata a deprezzarsi per il quantitative easing, come oggi chiamano l’inflazione. Ma se la crescita ci sarà, ed è probabile che, sia pure modesta, avvenga, certamente non cambieranno i tassi di disoccupazione e il reddito medio dei cittadini USA a basso stipendio, il che potrebbe innescare una nuova crisi, mentre la Cina rallenta il suo sprint dell’export e genera una crescita notevole del mercato interno. Insomma, è probabile che la crescita sia tale da non disinnescare nessuno dei punti di crisi che hanno fatto implodere il sistema nel 2008, e che il commercio internazionale, sempre in crescita, non sia più capace di indurre un nuovo ciclo positivo per i redditi di imprese e famiglie. E questo vale sia per gli USA che, in modo diverso, per l’Europa.
Quale sarà l’andamento di Wall Street nei prossimi mesi?
Wall Street, come sta valutando in questi giorni il Presidente Obama, ha bisogno di una radicale riforma. I guadagni della Borsa di New York sono legati soprattutto all’outsourcing e sul leveraging. Wall Street vive di operazioni a breve che sono nell’interesse dei traders e, molto meno, delle imprese che rappresentano. Un trend che, malgrado la buona volontà e l’expertise di Obama e dei suoi consiglieri, dovrebbe permanere a lungo, troppo a lungo. Comunque, in tempi di incertezza come gli attuali, le oscillazioni della Borsa newyorchese dovrebbero rimanere nel range attuale, con una probabile diminuzione della massa totale degli scambi, in funzione della nuova configurazione dei mercati petroliferi globali.
Quale sarà l’andamento di Piazza Affari nei prossimi mesi?
Entro la fine del 2010, secondo la maggioranza degli analisti finanziari, le Borse, soprattutto quelle europee, dovrebbero essere in significativa crescita, sia per la massa dei titoli che per le percentuali di crescita medie di essi. La Grecia e Dubai, le due crisi del 2009-2010, hanno, paradossalmente, attivato meccanismi che favoriscono la ulteriore finanziarizzazione delle economie, senza tralasciare il fatto che, oggi, in alternativa alla Turchia, Israele punta molto su Atene e la struttura portuale greca è ormai fortemente legata ai capitali e alle aziende cinesi. Quindi, almeno per il prossimo semestre, la Borsa milanese dovrebbe crescere in modo rilevante, ma con oscillazioni su alcuni titoli che potrebbero lasciare sul terreno morti e feriti. L’aumento del 21% delle Blue Chips della UE, che ha largamente recuperato le perdite del momento critico, potrebbe segnalare una crescita anche per i titoli meno noti e a maggiore banda di oscillazione. Se poi Cameron in Gran Bretagna riuscirà a evitare la crisi fiscale e debitoria inglese, ponendo Londra fuori dal mirino di quei mercati globali che hanno colpito e affondato la Grecia, e se la Germania continuerà a “fare la Cina” con il suo boom delle esportazioni, gli effetti sull’Euro e sulla crescita dell’Eurozona sarebbero certamente rilevanti.
Il Dollaro continuerà la rimonta sull’Euro nei prossimi sei mesi?
La BNP-Paribas ha previsto la parità dell’Euro sul Dollaro nel primo trimestre del 2011. Certo, le variabili sono tali da far prevedere una progressiva parità delle due divise globali: i mercati finanziari dell’Eurozona sono sempre più differenziati su linee di frattura, ognuno fa concorrenza all’altro nella raccolta di capitali freschi attraverso il debito sovrano, lo spread tra gestione della moneta unica e politiche di rientro dal debito, che è peraltro già fortemente differenziato nei Paesi Euro, rende i mercati globali sempre più attenti e selettivi, e non permette una crescita dell’Euro sul Dollaro che, se ci fosse, metterebbe in crisi il commercio estero di tutti i Paesi europei a moneta unica. Se quindi, come è evidente oggi, la crescita sarà comunque trainata dall’export, l’Euro andrà presto in parità col Dollaro USA.
La Cina, che ruolo avrà nel mercato finanziario globale futuro?
Alcuni analisti USA ritengono che il renmimbi di Pechino sia sopravvalutato globalmente del 20-25% e del 40% sul Dollaro. Il surplus commerciale della Cina, comunque, anche dopo la grande crisi del 2008-2009 rimane significativo, oltre il 5% del PIL di Pechino, ovvero 275 miliardi di USD. Nel 2014 il surplus cinese potrebbe essere equivalente al deficit degli USA. La Cina avrebbe conquistato l’America applicando le regole di Sun Tzu: senza sparare un colpo. Pechino, in sostanza, applica la regola delle svalutazioni competitive su tutti i mercati importanti per le sue esportazioni. Quindi, è del tutto prevedibile che la Cina, raggiungendo il livello di quasi-equivalenza tra il suo surplus e il deficit commerciale USA, differenzierà le sue aree di intervento e investimento. La linea è già tracciata: Pechino giocherà sempre più le sue carte in Europa, nel Mediterraneo, in Africa. Ma nell’Eurozona non ci sono, al momento, paesi con un deficit della bilancia commerciale così elevato come quello degli USA.
La Cina nel Mediterraneo e in Europa. Quali saranno le strategie di Pechino per penetrare questi mercati e, soprattutto, quale sarà l’effetto geopolitico di questa entrata di Pechino nell’area del Mare Nostrum?
Pechino ritiene che un euro deprezzato faccia crescere il valore dello yuan. Il che è, per i pianificatori cinesi, un grave dilemma. Se però la dirigenza del PCC continuerà, come sembra che stia accadendo, a favorire le imprese nazionali con un elevato valore aggiunto e un basso costo energetico, l’interesse di Pechino sarà quello di acquisire meno export di prodotti di area EU a medio-basso livello di innovazione, e invece sarà sempre più interessata a prodotti e tecnologie di alta gamma e forte tasso di innovazione. Il che, in sostanza, ci fa prevedere che Pechino sarà sempre più portata a una politica di joint ventures con le migliori imprese EU, mentre si volgerà al Mediterraneo meridionale e orientale per il petrolio e il gas, come è ovvio, ma soprattutto per i prodotti agricoli e le materie prime, che la Cina intende comprare in regime di quasi-monopolio per poi utilizzarle sia sul proprio territorio che nelle joint-ventures con le aziende UE.
La Cina in Africa. A parte le materie prime, come cambierà il paesaggio strategico e economico del Continente Nero con l’arrivo in forze dei cinesi?
E’ già radicalmente cambiato. La Cina sa che la posta in gioco globale del futuro geoeconomico è l’asse Mediterraneo-Africa. Trasformare il continente più povero del mondo in una vasta area di consumatori e produttori, realizzare il take off che Walt Rostow prevedeva negli anni ’60 per l’economia indiana è la vera scommessa del futuro, anche dal punto di vista strategico e militare. Gli USA hanno varato nel 2008 AFRICOM, la cui base navale sarà, peraltro, a Napoli. 53 Paesi africani vi hanno aderito, salvo il Marocco, la Libia, l’Egitto e l’Algeria. Sarà il modo degli USA per pacificare, integrare, stabilizzare le aree in cui si realizza il paradosso africano: ingenti riserve di materie prime e massima povertà delle popolazioni. La Cina è già presente in Angola, in Ghana, in Chad, nello Zimbabwe, è al centro della finanza sudafricana e opera in Sudan. Naturalmente è presente anche in Congo e in Nigeria, in correlazione con le riserve petrolifere di quei Paesi. Se quindi nell’Africa centrale e meridionale Pechino raccoglie materie prime e petrolio, e si concentra su quelle materie di base che saranno essenziali per le nuove tecnologie in fase di introduzione sul mercato globale, nel Nordafrica la Cina cerca di esportare le sue aziende a basso valore aggiunto, produrre direttamente e acquisire prodotti agricoli, fare da ponte con l’UE per i mercati a minore rilievo tecnologico. Pechino vuole fare economia di sostituzione per le nostre imprese meno produttive, dato che la sua formula industriale è imbattibile sul costo del lavoro e su altri fattori-base, e intermediare le nuove materie prime e, magari, il petrolio che ci serve per le nostre imprese in crescita.
Come risolvere la questione dell’unificazione del Continente Nero?
Si può pensare alla progressiva introduzione di una moneta unica, proposta ormai datata ma che ha una sua logica. Se si insegna a evitare politiche di gestione del debito ai capi di Stato africani del tipo “riduci in miseria il tuo vicino” beggar thy neighbour, e la moneta unica, anche in Europa, è servita soprattutto a evitare svalutazioni competitive interne e a impedire speculazioni al ribasso sulle varie divise, allora avremo raggiunto un bel risultato. Se, come sostiene l’economista Rose in un suo ormai famoso lavoro, la moneta unica è di per sé uno stimolo all’aumento degli scambi tra paesi vicini, l’Africa potrebbe trarne vantaggio. Ma, per quanto riguarda l’unità politica, a parte l’overlapping continuo di Alleanza e Unioni infra-africane, credo sarà una cosa che vedranno, forse, i nostri nipoti.
Quale sarà il ruolo della Cina in Medio Oriente?
Pechino vede il Medio Oriente in relazione al Golfo Persico, dato che l’integrazione della industria petrolifera cinese con quella iraniana è rilevantissima, e con il sistema del Corno d’Africa. Pechino non porta gli occhiali del colonialismo europeo, che ha sempre visto il Medio Oriente come l’implesso terrestre tra lo Stato Ebraico e i suoi stati confinanti. Per la Cina, esiste solo quello che noi chiamiamo “grande Medio Oriente” e che Pechino legge come la parte finale della sua antichissima Via della Seta, che aveva un punto di partenza occidentale a Nord (quello di Marco Polo, per intenderci) e un polo meridionale di inizio, l’area del deserto arabico e le retrovie di Suez e di Aden. Zhou Enlai, con una battuta ormai famosa, rispose a Kissinger che non poteva dare giudizi sulla Rivoluzione Francese, “troppo presto per dirlo”. Ecco, la dirigenza di Pechino legge il Mediterraneo con la logica millenaria della Via della Seta. Da vecchi antimperialisti maoisti, i capi cinesi attuali vogliono rovesciare la situazione tradizionale: da territorio capace di fornire materie prime e semilavorati di lusso, come all’epoca delle Dinastie unitarie, a repubblica postmaoista che esporta, sulla Via della Seta, i prodotti e i capitali di cui l’Europa ha bisogno.
Ma la Cina è amica o nemica di Israele?
Israele è il secondo fornitore di armi per Pechino, subito dopo la Federazione Russa. Gli Ebrei “kaifeng” sono in Cina fin dalla dinastia T’ang. La Cina non ha alcun interesse a giocare la carta dello scontro in Medio Oriente, ma ha tutto l’interesse a evitare che le grandi potenze “egemoniste”, per usare il gergo di Mao Zedong, utilizzino le tensioni israelo-palestinesi e arabo-ebraiche per escludere uno o più players globali dall’area, che è l’asse centrale della sicurezza delle forniture petrolifere e gaziere del mondo. Quindi, se Israele sarà, come già oggi è, uno Stato con una propria politica estera, non un debitore strategico di USA o della UE, allora la Cina avrà tutto l’interesse a favorire la stabilità e la sicurezza di Gerusalemme. Naturalmente, l’entrata di Pechino nel quadrante mediorientale non sarà mai solo economica: la Cina interverrà, con la sua logica politico-militare, in correlazione strettissima con l’ampliamento dei suoi interessi economici tra l’Africa, Suez, il Medio Oriente mediterraneo e il Golfo Persico. E non è detto che lo farà in termini del tutto amichevoli con il mondo arabo “radicale”. Rimuovi la scala quando il nemico vi è salito, è uno dei 36 Stratagemmi dell’Arte della guerra cinese.






