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Giancarlo Elia Valori, le liti politiche italiane distraggono dal vero problema: Rinascimento economico o declino?

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ROMA - Si avvicina la conclusione del 2010 ed è tempo di ipotizzare il prossimo futuro del mondo, come sempre in questo periodo.  Economia&Mercato ha scelto di discutere seriamente di politica, di Italia, di Europa e Mediterraneo con uno dei personaggi che nel corso degli ultimi decenni è sempre stato protagonista dell'economia pubblica e privata del nostro Paese.  Il Cavaliere del Lavoro e professore Giancarlo Elia Valori traccia un profilo preciso, dotto e non di maniera dell'attuale situazione politica italiana e dei possibili sviluppi per arrivare a toccare la questione della Francia, l'ingresso della Turchia in Europa e il probabile nuovo Rinascimento del Mediterraneo.

 

 

Nel suo Breviario il Cardinale Mazzarino - unico italiano, prima di Lei, ad essere nominato Honorable de l’Academie des Sciences- consigliava: “Lascia agli altri il nome e la gloria; tu cerca il solido potere”. Che cosa è per Lei il potere? Che cosa è la Gloria? Condivide le parole di Mazzarino? La sua, per dir così, “strategia” di lungo periodo?

Mazzarino diceva anche, nel suo “Breviario dei Politici”, che “chi troppo si millanta, e fa pompa del suo valore, non è gran fatto da temersi”. Il potere è per me la sostanza della politica. Sostanza intesa in senso aristotelico, “ciò che fonda, che sta sotto e sostiene”. Il potere non è l’oggetto o il fine della politica, poiché molti riescono a raggiungere i loro obiettivi senza prima aver raggiunto il potere. Quindi, lo specifico potere politico non si vede, non si sente, salvo rari casi, non si millanta, naturalmente, e soprattutto non lo si usa a sproposito. E’ la sostanza più delicata che si trova nella società, in tutte le società, che sono naturalmente asimmetriche riguardo alla gerarchia, e quindi al potere. Penso alle organizzazioni animali studiate dall’etologo Konrad Lorenz, o alla straordinaria espansione del valore-lavoro causata dall’uso delle macchine agli albori di quel capitalismo che Marx chiamò “manchesteriano”. Che cos’è la gloria, Lei mi chiede. Schopenhauer diceva che la gloria la si deve acquistare, mentre l’onore basta non perderlo. Mi passi quindi una battuta: la gloria è la grazia del potere. Così come ci sono molti credenti onesti e bravi, ma pochissimi santi, così ci sono molti uomini con un vasto potere, ma pochissimi possono pretendere per sé anche la Gloria. Sulla strategia di lungo periodo che intendo perseguire, credo di essermi già spiegato all’interno di queste definizioni.

In un’intervista del Luglio 2008 Lei ha definito il potere così: “il potere serve a realizzare progetti. Da solo non feconda la realtà”. Non Le sembra che attraversiamo un periodo in cui il potere, proprio nel suo esercizio, feconda assai poco la realtà?

Allora non è potere. Vede, le nostre istituzioni, i nostri sistemi di regolamentazione della politica, le categorie del politico, come le chiamava Carl Schmitt, sopravvivono ovunque a loro stesse, e non servono per gestire le nuove sfide della società futura. Pensi alle crisi finanziarie globali, che hanno distrutto liquidità che, nel XIX secolo, rappresentavano la massa monetaria di interi imperi. Pensi alla comunicazione globale, il “villaggio globale”, come lo definì Marshall McLuhan, che oggi permette la diffusione non solo dei vecchi mass media, ma la privatizzazione, la soggettivizzazione, di quelli nuovi. La comunicazione che si sovrappone alla produzione, nelle società molecolari, senza masse e partiti ideologici, e che è incontrollabile. Pensi al nesso tra rappresentanza e decisione politica. E’ possibile, oggi, separare il legislativo dall’esecutivo come nelle tradizioni liberali europee o nelle rivoluzioni illuministe americana e francese? Ecco, il potere non c’è più, come lo abbiamo conosciuto, non perché sia frazionato, reso “molecolare”, ma poiché, oggi, il potere si sta coagulando altrove. E non è detto che la coppia analitica utile sia quella “tanti-vs.-pochi”. Credo anzi che la solidificazione dei nuovi poteri porterà, in futuro, ad una piramide molto più verticale di quella che abbiamo conosciuto nelle società democratiche figlie del liberalismo, del cattolicesimo sociale, del socialismo riformista. Forse, si può pensare a nuovi “imperi idraulici”, come quelli che studiò Wittfogel nell’antica Cina, il dispotismo orientale.

E’ difficile in questo periodo vedere una luce in fondo al tunnel di una politica chiusa in sé stessa, Lei la vede?

Talvolta l’ottimismo è un obbligo morale. Ma, a parte l’atteggiamento personale, credo che, tra i politici italiani e nelle tecnostrutture si verificherà presto un cambio di rotta culturale, e beninteso non mi sto affatto riferendo ad un cambiamento di maggioranza parlamentare. Vedo che, da parte di molti, al governo o all’opposizione, sta aumentando la coscienza che a problemi nuovi si risponde con soluzioni nuove e, ripeto, non mi riferisco a “ribaltoni” di alcuna natura. Penso che molti, in Italia, siano coscienti che nei prossimi anni assisteremo ad una traslatio imperii: o continueremo a produrre le stesse cose a prezzi sempre più bassi, subendo quindi la concorrenza di paesi imbattibili nel gestire il costo della mano d’opera, oppure inventeremo un nuovo welfare per nuovi lavori: una assicurazione sociale che unifichi tutti i sostegni ai dipendenti, sostenuta anche da quote diverse di quelle che Bismarck inventò per le sue pensioni obbligatorie; ma anche nuovi lavori, fuori dal binomio economia del lusso-manifatturiero di massa che ha caratterizzato il nostro dibattito recente. Si tratta di vedere cosa succederà all’Euro. Se la Germania seguirà il consiglio di Stiglitz e abbandonerà l’Euro ai paesi mediterranei dell’UE, o se ognuno riprenderà una sua moneta nazionale, legata all’Euro ma capace di piccole svalutazioni competitive, magari precedentemente concordate tra i membri di Eurolandia. Oppure se manterremo la guerra “Euro contro Dollaro”, e quindi ci terremo una moneta europea probabilmente sopravvalutata e, magari, esposta alla speculazione internazionale quando i paesi più indebitati segnalino un picco nel loro rapporto debito/PIL. Anche questa sarà una delle scelte chiave del futuro, e tutte le opzioni hanno dei pro e dei contro.

Silvio Berlusconi incarna questa “solidità”? L’estate scorsa, nel pieno della querelle sul caso d’Addario, Tarak Ben Ammar ricordò a chi lo dava per finito che Silvio Berlusconi “è tra gli uomini che conosco quello che sopporta meglio lo stress”…

Tarak Ben Ammar è un sommo berlusconologo, e se lo dice lui, non si può non credergli sulla parola. Silvio Berlusconi è, se mi si passa l’espressione un po’ irriverente (per Dio, non per Silvio) uno e bino. C’è un Berlusconi amichevole e gioviale, talvolta talmente sicuro di sé da non curarsi di qualche gaffe ( e questa “sprezzatura” è segno di signorilità, non il contrario) e c’è il Silvio con l’elmetto, che nessuno può credere di scalzare facilmente, di impaurire o di sminuire anche perché, e di questo posso esserne testimone, Berlusconi, sulle questioni che contano, è informatissimo e dottissimo. Il problema non è l’amico Silvio Berlusconi, il problema è, e questo lo dico anche a lui che mi leggerà, il meccanismo politico e organizzativo che gli gira intorno. Ovvero: la formula del partito-sciame di massa, leggero e incentrato sul carisma, indubbio, di Silvio, quello che, in un modo o nell’altro, sopravvive con vari nomi dal 1994, è proprio certo Berlusconi che gli possa andare ancora bene, come i suoi ottimi doppio petto sartoriali? E’ forse ora di ripensare la struttura della sua rappresentanza? In questo senso la nuova proposta di Gianfranco Fini potrebbe essere un plus e non un minus della offerta politica globale del centro-destra. Ma non mi voglio occupare di politica politicante, di politique d’abord, come la chiamava Pietro Nenni, uno dei due maestri elementari socialisti ai quali Delio Cantimori porgeva l’accusa di aver distrutto il socialismo italiano. L’altro, lo avete immaginato.

E Gianfranco Fini? Come vede la sua ricerca di autonomia a tutti i costi?

Non credo che il problema del Presidente della Camera sia quello di separarsi il più violentemente possibile da Berlusconi. Fini ha costruito il suo “Futuro e Libertà” sulla base di tre opzioni: se il Cavaliere abbandona il campo l’attuale PDL sarà il terreno di lotte fratricide inimmaginabili, e nessuno potrà prendere tutto il banco che Silvio ha lasciato. E questo distruggerà tutto il PDL, non solo la parte attualmente legata a Berlusconi. E allora Fini costruisce il suo vascello corsaro, che incrocia nelle acque del centrismo, crea una attenzione al programma di centro-destra anche a sinistra e nei mass-media, si pone come “destra delle idee” minoritaria certo, ma necessaria. L’opzione numero due è quella di una stabilizzazione della attuale maggioranza: in questo caso Silvio avrà bisogno di una sponda esterna, come è oggi la Lega, per riequilibrare le spinte interne al PDL e la forte coesione della Lega. Se infine il PDL dovesse scendere sotto una quota di suffragi elettorali tali da non garantire più la stabilità della sua maggioranza, allora l’operazione di Fini si rivelerebbe l’ancora di salvezza non tanto per il singolo Berlusconi, ma per tutta la maggioranza di centro-destra. Immagino che Fini abbia chiarissima la partita in atto. E penso anche che l’ancoraggio atlantico e filoisraeliano che incarna sia oggi essenziale per la stabilità internazionale e interna del governo di Silvio. Sono certo che Berlusconi, facile all’ira come all’amicizia, avrà compreso questa problematica.

In che cosa consiste questa solidità del potere? Oggi, specialmente se guardiamo le vicende politiche italiane, sembra che tutto passi rapidamente. Ogni giorno lo scenario di breve periodo appare diverso. O non è così?

La politica, in Italia come altrove, vive la sindrome del distacco tra breve e medio periodo. I governi e i parlamenti ragionano in modo dissociato per quel che riguarda il politicking, il dibattito e la trattativa giorno per giorno, palese o sottobanco, e le prospettive di medio e lungo termine, che gli elettori non capiscono. E’ il frutto di una propaganda legata ad una trattativa quasi commerciale. Io ti do questo (e il federalismo aumenterà questa tendenza) e tu mi dai il voto. Dal voto di scambio occulto siamo passati alla transazione elettorale palese. Non è certo la condizione per solidificare il potere. La cristallizzazione delle élites avviene con altri meccanismi, che mai riguardano lo scambio. Casomai il progetto politico, il sogno, l’identità futura (e non quella passata e immaginaria) o il carisma del leader, oppure un “progetto di società”, in cui si incontrano necessità pratiche degli elettori e meccanismi identitari passati e futuri. Ecco, la politica parla del tempo che verrà, non solo delle “radici”. Lo diceva anche Max Weber: “Sono gli interessi materiali e ideali, e non le idee, a dominare immediatamente l’agire dell’uomo, ma le “concezioni del mondo”, create dalle idee, hanno spesso determinato, come chi azioni uno scambio ferroviario, i binari lungo i quali la dinamica degli interessi ha mosso tale attività”.Il vero problema è che, oggi, le élites di breve periodo non si accordano con quelli che azionano gli scambi, perché il ciclo politico ed elettorale è diventato brevissimo, e ogni dichiarazione ha un effetto elettorale, magari piccolo, e quindi un ulteriore effetto di leverage su elezioni più importanti. Quindi le elezioni, mentre servono a garantire la sovranità popolare, sempre meno selezionano élites capaci di durare a lungo.

A che cosa imputa questa capacità di guardare a lungo termine? Nel suo “Il Futuro è già qui” Lei delinea una serie di scenari in cui si muovono due serie di attori, i comprimari e gli opinion makers da un lato, i “decisori” dall’altro.

I “Decisori” possono essere anche le masse di un comune periferico che obbliga il proprio sindaco alla raccolta differenziata, per esempio. O gli amici di www.lavoce.info che, nascendo come newsletter di economisti e giuristi di provata capacità, gratuitamente, fornisce analisi ascoltate e spesso illuminanti sulle questioni cruciali dell’economia e del diritto. Il Decisore nasce sempre dal “mercato”, dalla verifica reale delle proprie capacità di analisi e di leadership. I comprimari sono quelli che non decidono, perché non possono, non vogliono, non sanno. In Italia, se devo essere un po’ brutale, i “decisori” sono sempre di meno. In parte perché, dopo la crisi di “Mani Pulite” e la rivoluzione passiva (il termine di Gramsci è qui azzeccatissimo) di Tangentopoli, nessuna ha ben capito che tutte le partite essenziale erano cambiate, e quindi occorreva leggere le trasformazioni del sistema internazionale senza piangere né ridere, ma capire, per citare una vecchia frase di Spinoza. La fine della “guerra fredda” ha chiuso la fase fortunata del nostro Paese. Potevamo uscirne meglio, giocando molte delle nostre carte, fortissime all’epoca e ancor oggi, nel Mediterraneo, nel Vicino Medio Oriente, nella costruzione della nuova Via della Seta che la Cina post-maoista ha cominciato a impostare addirittura nel 1975, con la “linea di Zhou Enlai. Ma questo non è stato fatto, da nessuno, e tutti hanno preferito la “politica dello spettacolo”, che porta tanti voti ma rende, alla lunga, impotenti, come accadeva con la cantaride usata dai Re di Francia per gli “obblighi coniugali”. Oggi, credo che i Decisori italiano siano o sparsi per il mondo, a fare il proprio lavoro, o, se rimangono in Italia, siano stati oscurati dalla politica-spettacolo, che però, proprio perché è troppo visibile, finisce per non decidere, come abbiamo detto sopra, e si ritorna al punto di partenza.

Chi sono questi “Decisori”? Multinazionali o soggetti transnazionali di cui parla nel suo ultimo libro?

Certo alcune multinazionali, anche se non necessariamente quelle che tutti conoscono. Con uguale certezza le organizzazioni criminali internazionali, le cui scelte di investimento nel settore delle materie prime, in Africa come in Asia, si faranno sentire per alcuni decenni. Oppure alcuni centri di ricerca importanti e universalmente riconosciuti. E, infine, alcuni settori che gestiscono le linee dei mass-media, e non mi riferisco ai giornali, ma a chi passa loro le notizie e la loro gerarchia. Ci sono le organizzazioni di massa, come certi gruppi di pressione, sia in area ecologista che nel mondo sindacale o della tutela delle popolazioni del “Sud del Mondo”. Ci sono le Fondazioni dei grandi gruppi industriali, o le società di consulenza nel settore petrolifero, come quella costituita dall’ex ministro del petrolio saudita durante il regno di Re Fahd. E, ancora, gli opinion leaders delle masse giovanili, e le “icone” della pop culture. Come vede, la selva dei “Decisori” è molto oscura, e non vi è, né è possibile, alcun “accordo” tra queste strutture, che giocano partite diverse in aree differenziate. Non esiste, se non nei volumi di Renè Guénon e nei testi delle belle canzoni di Franco Battiato, il “Re del Mondo”. Il Prete Gianni, purtroppo, non siamo riusciti proprio a trovarlo.

Questo per quanto riguarda il “Palazzo”, se così si può dire e ammesso che questa immagine sia adatta a definire natura e struttura del potere. Ma la società italiana? Quale lo scenario immediato e futuro, oltre o ancora dentro, e chissà per quanto, la crisi?

La crisi ci porterà, se non ben gestita, ad essere un Paese della nuova “Southern Europe”, quella che alcuni analisti strategici tracciano isolando la vecchia Europa Renana e Centrale dal suo “Fianco Sud” formato oggi da Spagna, Grecia, Serbia, Montenegro, in futuro Albania, probabilmente, se, il progetto di nuova Turchia gestito da Erdogan e dal suo ministro degli Esteri non arriverà a pieno completamento, anche la Turchia post-kemalista. C’è il pericolo concreto che l’Italia si addormenti in questa crisi e si risvegli nel Mediterraneo centrale, tra Egitto, Marocco, Algeria, Paesi del Mar Nero postsovietici. La politica estera di Silvio Berlusconi, e lo dico da amico del premier, non collega ancora gli affari commerciali, essenziali nel mondo post-ideologico, con una lettura strategica delle situazioni e degli scenari. Se non rileggiamo bene il tracciato della NATO, ci troveremo ad essere più poveri ma soprattutto, sul piano internazionale (e questo riguarda anche gli affari) più soli. Sul piano interno, la questione è il federalismo. Se le nuove normative, già adottate e in fase di votazione in Consiglio dei Ministri, saranno efficaci nel gestire e limitare il nostro rapporto debito/PIL, allora la società italiana si troverà più frazionata, e più sottomessa agli shock asimmetrici esterni, ma più economicamente sana e stabile. Se invece la normativa del federalismo fiscale non risolverà la questione, e soprattutto se non sarà letta dai popoli del Nord (e io sono veneto) come risolutiva della crisi attuale, non prevedo tempi felici, in futuro, per il nostro Paese.

La tradizione cattolico-romana, la dottrina sociale della Chiesa ha sempre avuto in grande considerazione i corpi intermedi, insomma, ha sempre avuto accanto a una visione verticale, anche una molto orizzontale, assai poco leninista. Ne vede ancora di corpi intermedi, rappresentanze, etc?

Il futuro sarà di chi saprà organizzare i “corpi intermedi” citati dalla dottrina sociale della Chiesa tra di loro. La società del futuro creerà identità che non saranno mai più proletarie o “padronali”. Avremo uno sciame di masse che correranno da una funzione all’altra della società e dei sistemi produttivi (e non tutto sarà terziario, ricordiamolo) senza riconoscersi in questo o in quel ruolo della società delle classi che abbiamo ereditato dall’Ottocento e che è sopravvissuta nel XX secolo, morendo all’inizio della fine della “Guerra Fredda”. La dottrina sociale della Chiesa, se saprà rinnovarsi e adattarsi, come dimostra anche il bel libro del compianto Edmondo Berselli, sarà il punto di convergenza delle classi “meno fortunate” e dei ceti emergenti, che saranno i gruppi sociali che sapranno creare, gestire e, sottolineo, proteggere l’innovazione, soprattutto in ambito locale.

La Francia. Come vede la politica dell’attuale Presidente Nicolas Sarkozy? Ci sono analogie con il “caso italiano”? Lo scandalo Bettencourt, il tentativo di buttare la politica in gossip…

Il Presidente Sarkozy si trova a gestire una situazione simile a quella italiana con meno “amici” internazionali di quelli che annovera il nostro Paese. Gli USA sanno che Parigi opera in Africa in direzione contraria al loro comando integrato AFRICOM (che, ironia della sorte, ha sede a Stoccarda, a Kelley Barracks) e la Turchia, asse petrolifero e gaziero del sistema centroasiatico, non favorirà certo la Francia nelle sue trattative con i Paesi europei, visto che Parigi è contraria all’entrata di Ankara nell’UE. La Germania è ormai proiettata verso Est, nel suo novo boom delle esportazioni che la porterà, venti anni dopo la Riunificazione, ad essere una potenza globale. E quindi meno interessata al vecchio asse “renano” con Parigi. Certo, il gossip è parte della politica, oggi, ma la comunicazione di massa, dovendo rendere “popolari” leader che mai sarebbero compresi per quello che dicono o fanno, certa di renderli “uguali a noi” con le tecniche mediatiche che fino ad oggi hanno caratterizzato le star del cinematografo e delle canzonette. Quando la regola dei mass-media cambierà, e il modello gossip avrà meno mercato, vedrà come i capi di Stato e di Governo verranno dipinti come pensosi visitatori di impervi musei, insonni ascoltatori di musica classica, dotti lettori dei saggi di scienza politica, magari anche dei miei.

L’Europa è veramente al declino, al cospetto delle grandi potenze emergenti?

Non credo. Il “vecchio continente”, ovvero la penisola eurasiatica, quella appendice che ha costruito il mondo che abbiamo conosciuto (e quanta Cina è figlia anche dell’Occidente, e quanta India nasce nel Mediterraneo….) e lo ha anche dominato, può morire solo se lo vuole. Le tendenze al suicidio sono presenti e diffuse, ma nella storia e nella teoria degli scenari non vi è niente di costrittivo, “non vi è necessità nella ragione”, affermava il pragmatista americano Peirce. Morirà, l’Europa, se non saprà valorizzare il proprio know-how, il primato scientifico e culturale che la caratterizza. Le grandi masse globali, lo notava anni fa Guido Ceronetti, saranno sempre più affascinate e sedotte dall’arte e dalla storia dei nostri Paesi UE, e il carisma di tremila anni non si inventa e non si cambia. E dovremmo esportare, in un mondo di nuovi “imperi idraulici” e di futuri dispotismi orientali, proprio il nostro paradigma politico dei “corpi intermedi”, dei ceti non servili ma non padronali che ha costruito, da San Tommaso a Marx, da Bismarck fino a De Gaulle e a Benedetto Croce, il nesso tipicamente europeo tra riformismo e cultura liberale, tra sacralità dell’uomo cristiana e ebraica e diritti delle comunità. E’ una formula vincente, sta a noi crederci ancora, in un mondo in cui vincono le masse identitarie (come negli USA) o le plebi globali come in Cina, in alcuni Paesi del Medio Oriente, o in certe aree dell’America Latina. E, se vincerà questo modello delle plebi universali, allora la rivolta sarà guidata dal jihad della spada.

Il futuro dell’Informazione, in tutto questo?

Né locale né globale. I grandi mass-media rimarranno, e la carta non morirà illuminata nel momento finale dai pixel dello schermo di un PC. Saranno diversi: meno generalisti, se non per le grandi opzioni mondiali, che però dovranno essere declinate da ognuno in modo diverso e soprattutto trovate: i lettori e gli ascoltatori non sono più interessati a grandi dibattiti generalisti, non perché non percepiscano la mondialità di alcuni (e molti) problemi, ma perché non sono intellettualmente incuriositi non dalla singola notizia, ma dal quadro interpretativo che si riesce a darne. Quindi, polarizzazione su segmenti alti, spesso ben più specialistici e raffinati di quanto oggi non accada, e invece sprofondamento di tanti media generalisti popolari in un mercato di massa dove molti sono i concorrenti, e la lotta all’ultimo lettore è spesso priva di scrupoli. Vedremo la crescita di settimanali, di carta o on-line, specializzati e settoriali, che potranno addirittura divenire opinion leaders, come prima accadeva ai media generalisti di massa. Un po’ quello che è accaduto ai partiti politici. Moriranno quelli che portano avanti grandi narrazioni che durano più di un ciclo economico, sopravviveranno quelli che riescono a “creare un mito” per i nuovi ceti emergenti, vinceranno quelli che sapranno coniugare il mito, che è il corpo sacro della politica, con il programma, il “medio periodo” che vedo gravemente carente in tutta la politica italiana attuale.




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