ROMA - Questo corposo saggio è in certo modo lo svolgimento e il completamento delle tesi avanzate nel volume “Il futuro è già qui”, concentrato in particolare nell’analisi della dinamica geopolitica della Cina che si proietta nell’area mediterranea.
E’ una sorta di grande affresco storico, politologico e futurologico che spiega le tendenze di fondo che guidano il gigante asiatico, che in pochi anni è divenuto fondamentale protagonista globale nel nuovo quadro multipolare dell’ordine internazionale.
Sono di notevole interesse le notazioni storiche, che danno un fondamento solido all’indirizzo della politica cinese, frutto della maturazione secolare di una identità nazionale costruita su elementi di continuità e di fratture dall’epoca imperiale a quella odierna. Un elemento di continuità è sicuramente “il confucianesimo” il cui influsso permane anche nella Cina di Mao. Così come è stato il riflesso condizionato dell’interesse nazionale ereditato dalla storia a scavare un fossato incolmabile tra il partito comunista cinese e l’Unione Sovietica. La sostanziale estraneità della Cina alla “guerra fredda” considerata un contrasto tra “borghesie urbane” ostili alle sterminate “campagne” del globo, è la premessa della originalità del capitalismo autoritario dei nostri giorni. Del tutto esatta è anche la considerazione della differenza sostanziale del partito comunista cinese rispetto al comunismo sovietico, e cioè l’assenza del dualismo partito-stato, che caratterizza l’U.R.S.S. In Cina partito e Stato si identificano e ciò significa stabilità e continuità.
Così come è altamente significativo ricordare il percorso tragico della politica cinese dal “grande balzo in avanti” voluto da Mao e finito in un fallimento drammatico, alla “ rivoluzione culturale” e ai suoi eccessi disumani, alla “banda dei quattro” per finire con la conquista della linea riformista di Ciu-en-Lai e Deng-xia-ping, come l’unica che può assicurare crescita, sviluppo autorevolezza e capacità competitiva nel mondo multipolare nato alla fine della guerra fredda. Il risultato è certo un marcato espansionismo della Cina, ma un espansionismo motivato dalle esigenze dello sviluppo interno e dalla necessità di risorse energetiche e alimentari a un paese in via di sviluppo di più di un miliardo e mezzo di popolazione. Molto convincenti sono a questo riguardo le argomentazioni che smentiscono la previsione di una possibile saldatura della Cina con il fondamentalismo islamico fatta da Samuel Huntington proprio nell’area mediterranea.
La Cina guarda al Mediterraneo perché è interessata alle risorse africane ove investe senza risparmi attraverso il suo fondo sovrano che dispone di duemila miliardi di dollari per assicurarsi approvvigionamenti di materie prime, risorse energetiche, prodotti alimentari, che sono fondamentali per dare continuità al suo sviluppo. Questo interesse cinese conferisce centralità al Mediterraneo, che diviene una grande occasione per l’Unione europea, in particolare per l’Italia. Puntare a fare del Mediterraneo un’area economicamente e politicamente integrata è obiettivo realistico al quale la Cina ha grande interesse, anche sotto il profilo degli equilibri globali. Un consolidamento dell’area Euro è nell’interesse della Cina, che mira ad un accordo valutario globale che non sia più centrato sul dollaro. Così come una Unione europea e una area mediterranea in crescita possono favorire la necessaria eliminazione dei paurosi squilibri di parte corrente nei commerci internazionali, che sono un permanente pericolo per l’economia globale. Direi che le tesi di fondo di questo libro acquistano forza dopo la drammatica vicenda della crisi greca, che ha investito l’Unione europea e posto in crisi l’Euro. Un grande sforzo di crescita nell’area mediterranea deve accompagnare il maggior rigore delle politiche fiscali e di bilancio, e a questo fine la cooperazione internazionale deve essere senza confini. Ma l’Europa deve consolidare la sua integrazione ed unità anche per evitare tentazioni egemoniche nel futuro da parte della Cina, che potrà essere interessata in futuro a indebolire l’asse transatlantico Europa- Stati Uniti. Inoltre è innegabile che nel commercio internazionale del nostro tempo si sta affermando un mercantilismo dei grandi gruppi politicamente sostenuto dagli Stati, e si tratta di Stati di dimensioni continentali. In questo quadro solo un Europa integrata anche politicamente può reggere la concorrenza.
Il nuovo ordine mondiale, l’assetto multipolare potrà divenire multilaterale sulla base di un Europa che operi su due assi: quello euroatlantico e quello euroasiatico, speculare all’asse del Pacifico Stati Uniti-Cina. Nulla può assicurare che questo sbocco si realizzi, ma è questa la vera sfida per il futuro dell’umanità. Merito di questo libro è quello di avere posto in luce senza ambiguità i dilemmi che ci attendono nel prossimo e meno prossimo futuro.
Antonio Maccanico
Intervista all'autore del libro l Cav. Lav Prof. Giancarlo Elia Valori
Cina, Mediterraneo, Stati Uniti: questa triangolazione come si svilupperà in futuro?
La Cina sta acquisendo aree in Africa, e soprattutto nel Maghreb e nel Corno d’Africa, mentre sviluppa rapporti con il Congo e l’Angola, tutti punti di snodo e di controllo delle grandi linee di trasporto globali future, per sostenere la propria agricoltura, che non può essere del tutto sacrificata all’espansione delle aree industriali, e nemmeno può consegnare l’ambiente cinese al peggior grado di inquinamento sperimentato dalla fine degli anni ’50. Pechino si espanderà nel Mediterraneo con un criterio di sostituzione, simile peraltro a quello che sosteneva Mao Zedong negli anni ’60, quando il Grande Timoniere parlava di “soggiogare la natura”. Ovvero: la Cina sosterrà lo status quo politico locale, che non le interessa, comprerà terreni “chiavi in mano” e fornirà infrastrutture quasi gratuitamente, mentre l’Occidente cercherà in Africa, come sta facendo sia la Francia che il comando USA AFRICOM, sia le materie prime petrolifere e minerali che il controllo delle zone di origine dell’immigrazione clandestina. E questo non è un problema di Pechino. Gli USA accetteranno questo quadro strategico cinese, nella misura in cui Pechino libera Washington dalle tante “costrizioni”, come le chiamava Jefferson, nelle alleanze strategiche e sostiene la politica finanziaria degli USA, continuando a stabilizzare lo yuan renmimbi e a finanziare il “quantitative easing”, l’inflazione, dell’attuale dirigenza statunitense.
Come vede la crisi finanziaria globale Pechino, e come intende risolverla?
La dirigenza cinese ha dato la colpa, ed è difficile darle torto, all’eccesso di consumo e al troppo credito creato dagli USA. Se, come è avvenuto, la prima azienda operante nella borsa iraniana di Kish, che accetta anche altre divise nella trattativa oltre il dollaro USA, è stata una azienda cinese, allora si comprende come Pechino voglia, in linea di massima, aumentare la volatilità del dollaro e, quindi, favorire sia l’Euro che le monete regionali con le quali opera in Asia e, si ricordi, la Cina attualmente ha già numerosi accordi per l’interscambio che sono già pagabili in yuan, senza il passaggio attraverso la divisa statunitense. E non dimentichiamo che la Federazione Russa assorbe circa il 75% degli Investimenti Esteri Diretti che la Cina destina all’Europa, ed il senso strategico di questa scelta di Pechino riguarda la dissociazione, che la Cina favorisce, tra la Russia e l’Europa. Pechino vuole controllare stabilmente quello che Deng Xiaoping chiamava duramente “il nemico del Nord”, che allora era l’URSS, e vuole integrare Mosca in un sistema asiatico attraverso la “Shangai Cooperation Organization”, operante intorno all’Afghanistan e ai bordi dell’Iran e della Turchia, per arrivare ad una integrazione delle risorse naturali della Siberia e dell’Asia Centrale. Pechino vuole inchiodare Mosca ad Est, per correlare l’economia russa ai suoi cicli di sviluppo e creare una massa di pressione strategica utile sia verso l’India che, in particolare, verso il Golfo Persico, dove Pechino vuole acquisire il petrolio e il gas e, inoltre, spostare l’asse del sistema mediorientale verso l’Oceano Indiano, stabilizzando il contrasto tra il Vecchio Medio Oriente e il Mediterraneo Occidentale.
Quali sono gli aspetti culturali, filosofici, direi sapienziali di questa nuova presenza cinese nel Mediterraneo e nel resto del Mondo?
Joseph Needham, il grande biologo che studiò la filosofia e la scienza cinesi (che lì, giustamente, sono unite, diversamente che in Occidente) parlava di “trascorrenza” e di “fusione”. La prima riguarda il punto in cui l’Occidente supera nettamente le scienze e le tecnologie esterne al suo mondo ideale. La “fusione” è invece la situazione nella quale la tradizione empirista, cartesiana, razionalista dell’Ovest acquisiscono tecniche e scienze elaborate in contesti ben diversi da quelli nati dentro alla famosa stufa nella quale, addormentatosi, Cartesio disse di aver avuto l’illuminazione che lo portò alla scrittura del “Discorso sul Metodo”. La Cina è entrata nella fase di “trascorrenza” proprio all’inizio della sua crisi economica strutturale, intorno al 1610. Ora, con ogni evidenza, siamo alla “fusione”, che implica una “trascorrenza” del modo di pensare occidentale nella Cina delle Quattro Modernizzazioni che, ricordiamolo, furono proposte fin dal 1975 da Zhou Enlai. Ritengo che oggi la Cina riuscirà a fondere Ovest e Oriente in un contesto culturale imprevedibile: non la tecnica contro il “pensiero” tradizionale dell’oriente, ma una capacità di legare la tecnica dell’Ovest a una filosofia sapienziale capace di acquisire anche la “sapienza” occidentale. Una ricostruzione del sapere globale a partire, probabilmente, dalla sacralizzazione della gerarchia produttiva e dalla sacralizzazione ulteriore del benessere individuale, cosa che l’Ovest non è stata capace di creare. Il ritorno di Padre Matteo Ricci, entrato vestito da monaco buddista alla corte dell’imperatore cinese. O, per essere più precisi, la possibilità di verificare una “filosofia prima” tra Oriente e Ovest, come quella che studiava padre Athanasius Kircher, al Collegio Romano della Compagnia di Gesù. Il panorama culturale e “sapienziale” del nesso tra Cina e Occidente è stimolante quasi quanto quello che si sta creando nel business.
E cosa farà la Cina in Medio Oriente e nel Mediterraneo, in futuro?
Israele fu il primo Paese a riconoscere la Cina comunista, nel 1950. Tel Aviv, allora, era una delle chiavi per raggiungere l’Occidente “capitalista” che l’URSS interdiva a Pechino, ben prima della rottura ideologica successiva al XX Congresso del PCUS, nel 1956. La Cina voleva due cose: una supremazia oggettiva nel Pacifico centrale e meridionale, anche contro I “bastioni dell’imperialismo” USA in Giappone e nelle Filippine, l’ultima parola nella penisola indocinese, per il controllo delle linee di passaggio degli Stretti di Malacca, snodo globale del commercio marittimo fin da allora. Pechino, nel suo vestito comunista, voleva la stessa cosa che desiderava la dinastia T’ang: rendere sicuri i confini cinesi per evitare il frazionismo interno, su linee etniche e economiche. In Mediterraneo, la Cina vuole: arrivare a controllare le linee commerciali tra Suez, Aden e Cipro, evitare di essere presa nel contrasto israelo-palestinese, e Pechino ha sempre letto, malgrado il sostegno di facciata, l’OLP come longa manus dell’”imperialismo sovietico”, poi la Cina intende penetrare economicamente le aree deboli dell’UE, che giustamente sa non essere passibili, in futuro, di un forte sostegno dalle aree “ricche” dell’Unione. Balcani, e qui Pechino potrebbe sostenere un’alternativa antijihadista, l’Italia meridionale, le coste del Maghreb, fino all’area del Fronte Polisario, per tentare il grande passaggio da una egemonia regionale, in collaborazione con gli stati europei, verso un contatto diretto, oceanico, con gli Stati Uniti dalla parte dell’Atlantico. Chiudere il Mediterraneo, per la Cina, significa rendere sicura l’egemonia di Pechino sul Corno d’Africa e sull’area centrale del Continente Nero, dove troverà le materie prime che sosterranno il suo ulteriore sviluppo. E, siccome le materie prime e il petrolio sono in quantità finite, quello che Pechino riuscirà a prendersi sarà quello che l’UE e gli USA avranno perso. Da questo punto, la Cina continua la sua strategia della fase della guerra fredda: escludere l’URSS, oggi la Russia, dal Medio Oriente, chiudere l’UE, regionalizzare la presenza degli USA.
Quali sono le determinanti interne, di breve e lungo periodo, della élite cinese?
Non quelle, certamente, di una ingenua e semplicistica tensione tra “riformisti” e “conservatori”. Banalità in uso tra certi analisti USA e europei, per i quali il mondo si divide sempre in due, come nell’Apocalisse di San Giovanni. La linea di Hu Jintao è, con ogni evidenza, anche sul piano dei rapporti con gli USA e l’UE, quella tradizionale, da Deng Xiaoping in poi, della “crescita pacifica”. Pechino non ha intenzione di spendere risorse per guerre di attrito ai suoi confini, che “chiamerebbero” inevitabilmente attori globali, compreso il jihad della spada, e destrutturerebbero le etnie e le campagne profonde ai bordi del suo impero. Pechino, da un lato, crea una forza militare e strategica capace di essere dual use sul piano economico e politico, con il II Reparto di Artiglieria, la sua struttura per I missili balistici intercontinentali, e tutta la rete di cyberguerra che può essere usata sia per la penetrazione geoeconomica dei paesi avversari che per l’isolamento completo delle reti di comando cinesi. Una sintesi tra “guerra di popolo”, quella che caratterizzò la Lunga Marcia, con la sintesi tra contadini e soldati, tra lavoratori e militari, e la guerra “di Quarta Generazione”, che serve a penetrare il futuro, il “primo mondo” dei capitalisti e dei revisionisti. In Medio Oriente e nel Mediterraneo, la Cina entrerà in modo quasi monopolistico, lentamente, nel mercato delle materie prime, sia agricole che minerarie, e creerà le condizioni di un suo “mercato del venditore” sia rispetto alla UE che agli USA. Beninteso, per Pechino lo scambio può essere sia politico che strettamente economico.
Quale sarà la trasformazione, se ci sarà, del sistema politico cinese in futuro?
La storia della “democrazia” contro il “totalitarismo” vale quanto la semplificazione tra “conservatori” e “progressisti”, tra l’élite di Pechino. Sono sante ingenuità che non riguardano “l’analisi reale della situazione reale”, per dirla con Lenin. La tensione, se ci sarà dentro I gruppo ristretto dei Decisori cinesi, sarà tra coloro che vogliono una crescita e un lento abbassamento dello yuan, per assorbire l’eccesso di riserve di moneta nazionale, e magari favorire il partner USA per poi chiedergli il conto in seguito, e quelli che intendono ancora stringere la cinghia per creare l’accumulazione primitiva che potrebbe portare ad una fase ulteriore del potere “rosso” di Pechino: l’espansione diretta nel Mediterraneo, appunto, e magari la presa di Taiwan e la egemonia esplicita in tutto il Pacifico meridionale, per portare la sfida direttamente in casa del futuro concorrente, l’India.






