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Nunzio Bevilacqua, Vice Presidente ANLAW, "c'è poco dialogo tra Istituzioni e mondo produttivo"

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Nunzio Bevilacqua, Vice Presidente di ANLAW associazione nazionale lavoro-azienda-welfare sostiene che ci sia poco dialogo tra Istituzioni e mondo produttivo.  Economia&Mercato lo ha intervistato per conoscere le proposte che l'Associazione ha in mente e sta studiando per migliorare la situazione dei giovani e per far dialogare mondo imprenditoriale, sindacato, politica e università.

Avvocato, in questo periodo di turbolenza politica, quali crede che siano le linee guida che i policy makers dovrebbero adottare per non ostacolare la attesa e quanto mai sperata ripresa economica del 2011?

Partirei col dire che più che di turbolenza si è trattato inizialmente di una normale “dialettica” politica che ha palesato la sua genesi in una crisi endopartitica.  Questo tipo di crisi avrebbe dovuto trovare il naturale sfogo in una “riorganizzazione” degli assetti a monte, attraverso la consapevolezza che, a volte, è necessario far fronte a quelle eccessive asimmetrie che discostano la realtà formale da quella che è diventata la realtà concreta.  Provando a rispondere alla Sua domanda, Le potrei dire che la scelta migliore che si sarebbe potuta fare è quella che non si è fatta, ma l’economia ha bisogno di fiducia…

 

Dunque Lei propende per la continuità del lavoro del Governo?

 

L’economia, come Le accenavo, richiede (o meglio anela) fiducia, fiducia che il Governo porti avanti le riforme, che tenga fede ai patti internazionali, che tenga sotto controllo i conti pubblici…ma soprattutto l’Italia che produce necessita di un Governo che lavori per uno Sviluppo Economico che vede sempre più imprenditori abbandonati al loro destino, orfani di un Stato da troppo tempo in stallo. Se le elezioni anticipate devono sempre considerarsi l’extrema ratio, l’instabilità governativa conclamata alla lunga non fa che nascondere, sotto un tappeto di apparente normalità, un braciere sempre  più carico di carboni ardenti.

Quale secondo Lei la formula per un Governo che duri ?

Un Governo con una maggioranza più rappresentativa dell’elettorato, meno distante dagli elettori, che creda fermamente negli obiettivi professati in campagna elettorale e soprattutto nella loro realizzabilità secondo una sorta di cronoprogramma. Veda, la rappresentatività è una cosa necessaria affinchè la politica faccia (bene) quello per cui è stata preposta consentendo ai cittadini di adempiere le proprie professioni con la fiducia di essersi affidati a dei rappresentanti in cui si rispecchiano. Premi di maggioranza eccessivi ed eletti che sempre più raramente sentono il bisogno di curare il proprio elettorato portano, da una parte, a situazioni “su carta” differenti da quelle esistenti nel tessuto sociale, dall’altra ad una disaffezione dei cittadini nei confronti della politica, vista troppo chiusa nei palazzi e disinteressata alle istanze della gente comune. Insomma bisognerebbe ritornare a combattere sul territorio anche per le elezioni politiche nazionali, per evitare che il germe dell’astensionismo diventi un’epidemia che porti ad una necrosi della politica.

Avvocato, da poco è nata ANLAW l’associazione nazionale Lavoro Azienda Welfare, di cui Lei ricopre il ruolo di Vice Presidente, e il cui Presidente Onorario è il Presidente di Sezione del Consiglio di Stato il Prof. Claudio Varrone. Come nasce questa idea?

Nasce assieme agli amici e colleghi l’avv. Carlo Cicala (Presidente Effettivo)e l’avv. Alessandro Riccioni (Co-VicePresidente), provando a rispondere attraverso questa iniziativa filantropica ad alcune delle istanze che molto spesso restano ignorate dalla società e dalla politica. Rispondere alle necessità di chi desidera lavorare ma con la coscienza di essere delle persone, di chi crede nelle iniziative imprenditoriali giovanili e nell’alta professionalità del lavoro della donna, nella ricerca scientifica a tutti i livelli come valore fondamentale e non come voce residuale, nella necessità di assistere e preservare il valore quale quello rappresentato dalla piccola e media impresa, ossatura di un grande Paese unito da 150 anni. A ciò si aggiunge un Comitato Scientifico di altissimo profilo giuridico, economico e d’impresa con cui procederemo a stilare una intensa linea d’azione (www.anlaw.it).

Quanto secondo Lei è necessaria la formazione?

La formazione è basilare, ma soprattutto è importante avere dei riferimenti istituzionali che ad ogni fase di scelta indirizzino la persona verso il percorso a questi più congeniale.  Si assiste, in realtà, ad un “vuoto” di circa un ventennio per molte professionalità quali quelle riguardanti le manovalanze specializzate.  Ciò è il frutto di un orientamento, di fine anni ’80, verso le sole professioni intellettuali e che ha creato una carenza di figure necessarie alle aziende, sempre più spesso colmata attraverso assunzioni di personale estero.  Il percorso formativo dovrebbe comprendere anche un’analisi degli sbocchi lavorativi, per consentire non solo la possibilità di tutti di vertere verso attività a loro più congeniali ma nel contempo la non saturazione di taluni campi che avrebbe come precipitato l’opzione frustrante tra la disoccupazione e il sottoinquadramento.

Cosa ne pensa del fenomeno delle Fondazioni?

Ritengo che, in una società come la nostra, le fondazioni siano necessarie affinché “l’epidermide sociale” conservi quel “giusto ph”.  Esse, quando rispettano la propria mission, possono dare un gran contributo alla società civile ed alcune volte risultare anche protagoniste d’eccellenza.  C’è stata una rivalutazione delle stesse specie in campi ove il “sociale pubblico” tende ad essere inefficiente per carenze di budget o a retrocedere per scelte (opportuniste) di politica sociale.

Secondo Lei quale è il giusto trade off tra internalizzazione ed esternalizzazione dei processi produttivi ?

In Italia, alcune volte, si tende a seguire una sorta di “trend di periodo”, senza procedere ad una attenta analisi di ciò che più fa al caso della propria azienda.  C’è il periodo in cui tutti tendono ad esternalizzare e quello in cui tutti rientrano.  Ogni scelta ha una propria lista di costi ed una di benefici, ma quando si propende per l’esternalizzazione non bisogna essere “incantati” dalle sole “sirene” di immediati risparmi e guardare anche al valore della propria produzione e al controllo della qualità.  L’imprenditorialità è un “credo” in un bene che si accresce nel tempo secondo steps prestabiliti, pause di consolidamento e riorganizzazione per poi riprendere in maniera più vigorosa; bravo imprenditore è quel “capitano” che riesce ad ottenere la stima dei suoi clienti e ad essere visto dai propri collaboratori come un punto di riferimento da non abbandonare soprattutto nei momenti di “corsa alle scialuppe”.

Le Pmi hanno buone possibilità di accedere ai mercati esteri?

Le Pmi italiane sono delle efficienti “macchine” che, il più delle volte, non hanno nulla da invidiare alla grande industria per quanto riguarda tecnologia e processi produttivi; alcune volte sono anche detentrici di un valore aggiunto che potremmo definire “semi-artigianalità”.  Tutto ciò per dirLe che le Pmi, qualora creino “sistema”, non hanno alcun problema a conquistare quote di mercato all’estero.  L’unico scoglio che potrebbe esser rappresentato dagli iniziali e necessari studi sugli Stati target e sui referenti nei Paesi di arrivo, può essere dribblato o attraverso l’utilizzo in “cordata” di consulenti privati, o attraverso la fruizione (anche singolarmente) degli eccellenti e meno onerosi servizi forniti dall’Istituto del Commercio con L’Estero (I.C.E.).

La delocalizzazione produttiva è un male o un bene?

Non è  un male né un bene…è una scelta che può essere fatta, ma ricordandosi che si sta sottraendo un “pezzo” di Italia che non sarà “rimpatriabile” attraverso un semplice ritorno a casa.

Nella “grande” economia meglio il pubblico o il privato?

Il settore pubblico non può fare tutto e, dove non può operare efficientemente meglio ideare delle sinergie con il privato, anche se ritengo che per alcuni limitati settori strategici non sia opportuna una totale dismissione da parte pubblica.  Quando al  privato si da l’opportunità di accedere ad un campo caratterizzato da ampio interesse pubblico, risulta altresì necessario creare un chiaro “recinto d’azione” entro il quale far muovere l’operatore in libertà.




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