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La Svizzera cambia marcia, ora attira le aziende con sconti fiscali e flessibilità del lavoro

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Non bastano più gli scudi e i controlli per arginare la fuoriuscita di capitali e aziende verso la Svizzera. In particolare a fare concorrenza è il canton Ticino, di lingua italiana, che sta attirando non solo capitali, come da tradizione, ma anche e soprattutto aziende.

 

C’è poi chi dopo aver scudato i propri soldi portati nel passato si ritrova ora con un capitale più alto grazie al cambio favorevole del franco svizzero che ha polverizzato record su record con l’euro in crisi. Per questo alcuni paesi come Gran Bretagna e Germania hanno deciso di tassare i capitali depositati all’estero mentre l’Italia sta studiando accordi e controlli per riuscire a drenare capitali nelle casse dello stato. Da Berna, però, non sembrano arrivare reazioni preoccupate e insistono con le agevolazioni fiscali e la segretezza anche perché la ritenuta riguarda solo le persone fisiche mentre per le società non c’è lo stesso obbligo se non quello di comunicare l’effettiva proprietà, non sempre una cosa semplice e lineare.

Così ora la Svizzera continua ad attirare capitali in maniera diversa cioè favorendo le aziende straniere con un sistema fiscale estremamente vantaggioso e con le banche elvetiche che da tempo alimentano un sistema di imprese dove inserire i propri clienti convincendoli a suon di sconti fiscali. Gli imprenditori sembrano gradire anche perché la deadline dopo la quale la Svizzera diverrà meno conveniente è il 2017 quando entrerà in vigore la direttiva Ue sui paradisi fiscali che prevede una tassazione del 5% con contemporanea estensione della base imponibile e con uno scambio di dati.

Con l’Italia i rapporti sono piuttosto freddi soprattutto dopo gli scudi di Tremonti che hanno messo in crisi il sistema finanziario del Ticino in particolare. L’ex-ministro ha congelato accordi bilaterali e per ritorsione, anche se dal Ticino non ne vogliono sentire parlare, gli svizzeri hanno congelato i ristorni fiscali dei lavoratori frontalieri che sono ormai circa 50mila. Ufficialmente gli elvetici vogliono chiarire l’intera materia ma in realtà gli scudi hanno fatto male alle banche e quindi si è deciso di difendere il sistema.

Non solo, ora la guerra si è spostata anche sul fronte dell’appeal per le aziende che in Svizzera trovano tasse più basse, flessibilità della manodopera, due fattori dirimenti che stanno convincendo non solo i colossi ma diverse Pmi a trasferirsi armi e bagagli oltreconfine, il tutto sotto gli occhi delle autorità italiane che non possono inventarsi nulla per bloccare il fenomeno se non prendere delle contromisure adeguate.




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