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Di chi è la colpa della crisi greca?

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Il nuovo pacchetto di austerità in Grecia ha portato ad una vera e propria rivoluzione all’interno del governo di Atene con Lucas Papademos che ha annunciato le elezioni anticipate per il prossimo aprile e con le dimissioni di sei tra ministri e sottosegretari che dovranno essere sostituiti in tempi brevissimi per continuare a affrontare l’emergenza.

 

Intanto devono essere trovati altri 325 milioni di euro di risparmi da presentare all’Eurogruppo per convincere definitivamente l’Europa ha sbloccare la seconda tranche del finanziamento necessari ad Atene per evitare il default a marzo. Pantelis Kapsis, portavoce dell’esecutivo, ha voluto gettare acqua sul fuoco specificando che i nuovi risparmi non proverranno da tagli alle pensioni o da altri sacrifici diretti per i greci ma da risparmi sulle spese dei ministeri e della politica in generale.  Nel frattempo le cifre continuano a segnalare la Grecia come sull’orlo del collasso sociale. Nel IV trimestre del 2011 il Pil ha segnato un nuova brusca frenata del 7% che fa seguito alle altre del 5% nel III, del 7,3% del secondo e dell’8% del primo trimestre del 2011. A questo punto Atene è al suo quinto anno di recessione aggravata dalle misure di austerity che stanno creando ulteriori disequilibri e tensioni in una situazione veramente tragica.

Purtroppo Atene è praticamente commissariata e ogni decisione deve essere approvata dalla troika europea che a giugno dovrà esaminare se le misure appena approvate avranno sortito l’effetto sperato. Molto probabilmente non sarà così. La recessione e la contrazione del reddito disponibile stanno avvolgendo la Grecia in una spirale pericolosissima. Non solo, ma la troika ora vuole che i politici firmino un impegno scritto a rispettare le decisioni già approvate e quelle future che potrebbero essere necessarie per continuare ad avere credito dalle istituzioni europee. Ma in molti già si chiedono cosa potrà succedere nel caso in cui non venissero centrati gli obiettivi a giugno. La troika potrebbe chiedere nuovi sacrifici e l’esecutivo potrebbe decidere di tagliare ancora gli stipendi e il numero dei dipendenti pubblici.

Ma il Paese non può tenere oltre un certo limite. Il salario minimo a 450 euro circa netti al mese, i tanti nuovi disoccupati provocati dai tagli all’impiego pubblico hanno tolto risorse e possibilità di spesa non solo per il superfluo ma anche e soprattutto per il necessario. Non solo, ma alla diminuzione forzata degli stipendi, all’abolizione dei privilegi economici ha corrisposto un inasprimento fiscale senza precedenti che ha portato ad esempio la benzina ad essere la più cara della Ue, tasse sulla casa per la gran parte dei cittadini insostenibili ma costretti a pagarle per non vedersi tagliata l’energia. Tutte spese fisse e obbligate che stanno portando alla povertà larghe fasce urbane in particolare. C’è difficoltà nel reperire alcuni medicinali costosi. Insomma la qualità della vita dei greci sta velocemente peggiorando e questo potrebbe innescare una protesta sociale dagli sbocchi imprevedibili.  E allora se da una parte è giusto che un Paese venga controllato se chiede aiuto all’esterno, dall’altra non si può portarlo alla povertà.

Si deve bilanciare l’esigenza del rigore con quello dello sviluppo e del benessere sociale ed economico della popolazione. Senza il secondo pilastro non si regge neanche il primo e in un momento di crisi generale così difficile il rischio di un contagio ad esempio in Portogallo, Spagna, Ungheria e Irlanda (solo per citare i casi più eclatanti) sono altissimi e difficilmente arginabili. La durezza teutonica rischia di commissariare l’Europa facendo sì che l’intera zona euro diventi una simil-colonia tedesca. Le scadenze elettorali possono far cambiare rotta. Parigi, Berlino, Atene nel giro di 12 mesi andranno al voto e così le carte potrebbero essere sparigliate facendo sì che si torni ad un’idea di Europa solidale, veramente federale e non ad una serie di paesi chiusi e pronti a concedere il loro supporto solo in cambio della cessione di una parte più o meno ampia di sovranità nazionale. Il caso della Grecia è eclatante. E’ difficile credere che gli obiettivi vengano raggiunti con una recessione lunga e durissima in atto, con un apparato produttivo piccolo e ora ridotto ai minimi termini dalla crisi, con un mercato del lavoro che è stato drogato dal massiccio ingresso nel pubblico impiego, con dei bilanci pubblici chiaramente falsificati per permettere alla Grecia di entrare nell’euro, cioè di entrare in quella che all’epoca era considerata l’elite d’Europa e con nessuno che abbia mai chiesto ai governi di allora conti veri.

Di chi è la colpa? Della Grecia sicuramente ma non solo. Il peccato originale è di chi non ha controllato e respinto al mittente bilanci palesemente finti. La colpa è di chi continua a tenere a galla una situazione insostenibile solo perché ci sono ancora troppi titoli di stato greci in mano alle banche (si legga Germania e Francia). Quel che è certo è l’innocenza del popolo greco, di quello normale che non ha colpe ma ha solo goduto di una situazione apparentemente favorevole in cui c’è stato un sostanziale miglioramento del tenore di vita, un aumento degli stipendi e ha visto un miglioramento infrastrutturale del Paese. Ora si vorrebbe riportare indietro l’orologio della società ma ogni volta che si è tentato di farlo, in assoluto, il tentativo è fallito con conseguenze drammatiche per tutti.




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